8. Sulla gioia

Questi per me son giorni particolari,giorni in cui ho deciso di far prendere alla mia vita una nuova piega.Non scendero’ in tutti i dettagli,sarebbe anche complicato.Ma tra le cose belle che ho deciso di fare c’è un qualcosa.

Ne parla l’articolo che postero’ piu’ sotto,tratto dalla rivista “Le due città”.

Ho compreso bene, che la gioia,arriva,soprattutto quando regaliamo gioia,piuttosto che chiederla in continuazione.

Ho deciso di guardare oltre il mio ego,oltre i miei personali bisogni e incontrare persone,che fino ad oggi,ho visto solo in certi reportage televisivi

Ho deciso di far diventare il mio cuore,un cuore sempre piu’ grande.Voglio essere in grado di saper regalare sorrisi e reimparare a sorridere.

“Dall’esperienza di “Pensiero Positivo” a Rebibbia, sono numerosi gli istituti in cui si pratica il buddismo e la meditazione
di Daniela Pesci

Si incontrano una volta al mese, sono circa dieci persone, di tutte le età. Entrano alla spicciolata, i volti sono sorridenti, per qualcuno è la prima volta. È un gruppo di detenuti che si sono avvicinati al buddismo. Qualcuno perché già lo conosceva, altri per curiosità. “Pensiero Positivo” è il nome che hanno dato al loro gruppo. Nelle mani stringono il gjutzu, una sorta di rosario che simbolicamente rappresenta la vita. È questo che vogliono imparare: prendere la loro vita tra le mani e dirigerla nella direzione della pace, dell’armonia, della serenità. La chiamano “rivoluzione umana”.
Guidati da due volontari dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai si incontrano per studiare i principi fondamentali del buddismo, per discutere, per confrontarsi. Riscoprire il valore dell’essere umano, descritto come natura di Budda, e utilizzare questa potenzialità per cambiare il corso della propria vita nel qui e ora e nella direzione della propria e altrui felicità. La sofferenza non si può eliminare, è parte della vita. Si possono però comprenderne le cause e trasformarle in opportunità, per dirla con il loro linguaggio: trasformare il veleno in medicina. 
Oggi, mi dicono, è una giornata speciale: viene consegnato il Gohonzon ad uno di loro. È l’oggetto di culto, un mandala che rappresenta lo specchio della vita, dove l’oscurità fondamentale e la natura illuminata si intrecciano costantemente. Andrea ha deciso di abbracciare la pratica e diventare membro della Associazione Soka Gakkai. Vengono distribuiti ai presenti i libretti di Gongyo, la recitazione corale di due capitoli del Sutra del Loto, uno degli insegnamenti di Siddharta.
Iniziano ad intonare il mantra che racchiude il senso profondo dell’esistenza: Nam Myoho Renge Kyo. È un suono armonioso che per qualche minuto trasforma la stanza in un luogo altro, percepisco l’emozione che attraversa la loro voce e rimango colpita dalla loro concentrazione. 
Mi spiegano che numerosi sono i significati della frase, fondamentalmente rappresenta la legge della vita, la formula che racchiude il ritmo dell’universo, l’energia che è alla base di tutti i fenomeni, l’inafferrabile essenza della realtà. Recitare la frase è mettersi in comunicazione, in sintonia con tutto questo. Come un suono che fa vibrare una corda nascosta dentro di noi.
“Da quando pratico il buddismo ho trovato una serenità che non avevo mai conosciuto – dice Alberto – ero un tipo molto aggressivo, ora riconosco la rabbia e non mi accade più di reagire violentemente”. Quasi timidamente, per quel luogo, parla anche di gioia, la gioia che deriva dalla pratica. Sta cambiando il modo di osservare gli eventi e forse è lì, in carcere, perché doveva incontrare la pratica e ora è certo di mettere nuove e positive cause nella sua vita. 
A Luigi è morta la madre da poche settimane, e allora si coglie l’occasione per parlare del significato della morte in termini buddisti. Qualcuno condivide un dolore da sempre tenuto dentro di sé: la morte della figlia e del nipote. I temi sono forti ma una leggerezza accompagna la conversazione, la leggerezza di chi sta nutrendo la propria vita di fiducia e consapevolezza.
Maurizio e Antonello sono i volontari della Soka Gakkai che circa tre anni fa hanno avviato il percorso per attivare un gruppo buddista all’interno del carcere di Roma Rebibbia. A maggio del 2010 sono iniziati i primi incontri, descrivono l’esperienza con entusiasmo nonostante gli ostacoli incontrati, consapevoli di offrire ai detenuti uno strumento che può trasformare la loro vita in modo sorprendente.
Quello di Rebibbia non è l’unico, numerosi sono i gruppi buddisti attivati negli istituti penitenziari.
A Torino dal 2002 c’è il gruppo Rinascita, i detenuti con il loro impegno e i sostanziali miglioramenti hanno convinto il direttore a concedere loro una stanza che hanno adibito a luogo di preghiera. L’iniziativa si stabilizza all’interno dell’istituto e coinvolge diversi detenuti, si allarga ad altri istituti, prima vicino a Torino poi in ambito più vasto. L’esperienza viene ripresa sia dai giornali che dalle autorità locali (il sindaco Chiamparino visita il locale di culto) e nel 2009 viene girato il film “Tutta colpa di Giuda” che vede coinvolti tutti i ragazzi che praticano.
Si creano quindi gruppi a Vercelli, Asti, Ivrea, Biella, Voghera, Como, Milano Opera, Saluzzo, Verbania. E poi ancora San Remo, Genova Marassi, Imperia, Reggio Emilia, Ferrara.
Oltre a questi attualmente ci sono gruppi buddisti a Firenze Sollicciano, a Fossombrone, a Civitavecchia e Viterbo. Prossimamente si avvieranno a Napoli Secondigliano e in un prossimo futuro ad Avellino. Nella C.C. di Civitavecchia è l’Assistente Capo Sandro Perondi che ha dato inizio all’attività buddista all’interno dell’Istituto. Due gruppi, uno al reparto maschile l’altro al femminile, si incontrano una volta la settimana per studiare e praticare. “Tutto questo è stato possibile – ci tiene a precisare l’Assistente Capo – grazie alla disponibilità di tutto il personale e alla sensibilità della Direttrice, Silvana Sergi”. 
Potrebbe accadere che il carcere diventi un luogo di reale ripensamento e, perché no, dove “il veleno si possa trasformare in medicina”.”

Buddismo

Annunci

17 pensieri su “8. Sulla gioia

  1. “Siate egoisti, fate del bene. Perché fare del bene è il miglior modo per sentirsi bene”. E’ una pubblicità apparsa su “Avvenire” qualche tempo fa su iniziativa dei frati francescani di Milano per la loro “Opera S.Francesco” che aiuta i poveri. Io l’ho fatta vedere al gruppo di detenuti con i quali facciamo un percorso di auto-aiuto. Ho faticato molto a farli entrare nell’ottica dello slogan; ci sono riuscito meglio quando ho formulato lo slogan in “negativo”: “Fare del male è il miglior modo per sentirsi male”, qui c’è stata unanimità (o quasi). Grazie dello spunto. Si

  2. premetto che sono cristiano…..mi piace pero’ questo modo di aiutare i detenuti a vivere la loro espiazione…. e’ un po’ brutto come termine, ma non me ne viene altro alla mente….. il carcere dovrebbe essere un luogo dove riconoscere il male fatto….il resto sta alla persona cambiare o meno… forse una filosofia del genere aiuta….lo spero tanto….. buon lavoro..

Se ti piace scrivimelo,oppure lascia un pensiero...

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...